Ero giovanissima quando lessi il romanzo di Sartre La nausea
A quel tempo mi piacque così tanto che lo lessi per diverse volte
Alcune pagine ero arrivata a conoscerle quasi a memoria
Nel romanzo il protagonista, uno studioso di storia, vive da tre anni a Bouville,
una immaginaria cittadina borghese della Francia
e qui inizia a scrivere un diario filosofico, dove descrive e analizza la sua nausea di vivere,
osserva la piccola borghesia provinciale che lo circonda
e osservando tutto questo percepisce pienamente l'inutilità dell'esistenza.
Da questa scoperta nasce la nausea, un disgusto profondo nei confronti della stessa vita,
che non può essere giustificata in alcun modo,
salvo forse dall’arte che sublima e dà la possibilità di evadere da un’ esistenza senza senso.
In alcune descrizioni Sartre fa percepire benissimo al lettore il peso e la nausea dell’esistere.
Ed io la sentivo tutta, nel più profondo dell’anima.
Anch’io mi sentivo circondata da provinciali bigotti e meschini
Anch’io sentivo la totale mancanza di senso e l’assurdità di quello che mi circondava.
Con il passare del tempo fagocitata dagli eventi della mia vita
Ho evitato sempre più queste sensazioni sconfortanti
Anche perché o ti suicidi o vai avanti o trovi un senso comunque.
Ma questa mattina, mentre facevo il solito percorso che mi portava al lavoro
all’improvviso ho sentito, e forse capito davvero per la prima volta, la sensazione di nausea sartriana
Il lavoro, le corse, gli affanni, la sensazione di pesantezza infinita che mi determina
quello che mi circonda fuori e dentro la mia vita, ogni giorno.
Strano come certe sensazioni ritornino dopo anni, completamente inalterate,
in altri luoghi e in altri momenti completamente diversi ma terribilmente uguali.
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